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Sicilia

Dov'è Sicilia

Non c’è popolazione della Sicilia antica che non abbia coltivato con successo la vite. I Greci, certo, ma anche gli Elimi, i Siculi, i Sicani, ovviamente i Fenici. Qui sono nati alcuni dei vini più antichi al mondo, in genere passiti o comunque dolci, come nel Siracusano. Qui gli arabi hanno rilanciato la cultura dell’uva passa, in un magico intreccio di culture. E qui è nato il più grande vino liquoroso italiano, il Marsala. Da trent’anni a questa parte, la Sicilia si è confermata una delle regioni del Sud meglio attrezzata per le nuove sfide di una viticoltura moderna e al passo coi tempi. Dominata da un clima mediterraneo secco e localmente arido, eccetto le estremità interne, la Sicilia presenta suoli vulcanici negli areali orientali e in tutte le isole minori, argilloso-calcarei al centro e verso nord, ferroso-argillosi a ovest.

L’uva rossa più rappresentativa dell’isola è senz’altro il nero d’Avola. Di buon tannino, bella acidità, media struttura, il nero d’Avola dà vini fruttati con spiccate note di ciliegia, soprattutto in gioventù. È presente in tutta l’isola eccetto la zona dell’Etna: considerato classico della zona di Noto e di Avola, dove assume tratti sapidi e speziati per via dei suoli calcarei, si esprime con maggior opulenza verso ovest, nella zona di Butera, su suoli marnosi, e con maggior croccantezza minerale nel Trapanese. Si apprezza molto anche in uvaggio con varietà internazionali, che in Sicilia, spesso anche in purezza, hanno riscosso ampio successo negli ultimi anni, cabernet sauvignon e syrah in particolare. Altra uva rossa che può considerarsi tipica dell’isola è il pignatello o perricone, fruttato e di buona beva.

I bianchi occupano circa il 75% del prodotto regionale e un parco vitigni di tutto rispetto. Il più rappresentativo è il catarratto, un’uva che regala vini molto equilibrati tra profumi, sapidità e buona struttura. Più marcatamente aromatica è l’inzolia, l’ansonica toscana, con note balsamiche, resinose, iodate, agrumate e tropicali, mentre di ottima concentrazione è solitamente il grillo, sapido e marino, ideale anche per la produzione del Marsala. Tra gli aromatici, spicca ovviamente il moscato di Alessandria, qui detto zibibbo, ottimo vinificato secco ma indimenticabile come passito a Pantelleria. Quanto agli internazionali, in Sicilia si comporta molto bene lo chardonnay, solitamente vocato a un certo invecchiamento.

Terra in cui sopravvivono antichi sistemi di allevamento come l’alberello e storici metodi di vinificazione e affinamento, la Sicilia appare frammentata in denominazioni piccole e spesso poco significative. Nel Trapanese, che da solo interessa la metà del vitato regionale, i suoli spesso rossi di ferro e minerali ospitano le DOC Delia Nivolelli (con un memorabile syrah da invecchiamento), Erice, Alcamo (regno di un eccellente bianco da catarratto in purezza) e ovviamente Marsala.

Il Marsala può essere prodotto quasi in tutta la provincia di Trapani, ma le cantine migliori e più storiche sono situate proprio nella città che dà il nome alla denominazione. Antiche cantine che perpetuano la tradizione della fortificazione con alcol di vino da uve, generalmente, grillo (per il Marsala “oro” e “ambra”) o perricone (per la tipologia “rubino”). Nato, come tutti i liquorosi più grandi del tardo Settecento, dalla necessità di trasportare vino stivato verso i porti inglesi dai centri produttivi dell’Europa meridionale, il Marsala, che viene realizzato con una tecnica analoga al “metodo solera” dello Sherry, cioè con affinamento in botti scolme, può essere, a seconda dei dosaggi, secco, semisecco o dolce. Quello più austero, secco e senza compromessi è il “vergine”, che può avere alle spalle oltre dieci anni di sosta in cantina: note eteree, di mallo di noce, balsamiche, terziarie e di frutta candita si alternano in relazione alle diverse tipologie.

Alla Sicilia occidentale fanno capo altre importanti denominazioni. Lungo le alture dell’entroterra palermitano si distende la DOC Monreale, alle falde dei meravigliosi mosaici del Duomo. Terre che regalano un’inzolia elegante e profumata, di discreta freschezza. La DOC più significativa della valle del Belice appare Contessa Entellina, verso l’Agrigentino, che spicca per rossi dal taglio moderno, con l’uvaggio di nero d’Avola e uve internazionali come il cabernet sauvignon. Di eccelsa qualità, complice il contributo salino del mare e dei suoli minerali, sono i bianchi della DOC Menfi, tra cui l’inzolia, lo chardonnay e una splendida interpretazione del fiano.

Più circoscritte e rappresentative le denominazioni dell’Oriente siciliano, dove il panorama ampelografico muta non poco. Il comprensorio più nobile è certamente quello dell’Etna: sabbie vulcaniche, antiche sciare e rocce scoscese producono una delle viticolture più eroiche del mondo, con ripidi terrazzamenti e vigneti, spesso ad alberello, franchi di piede, in quanto, da queste parti, la fillossera stessa ha attecchito molto poco. Viti centenarie e cru, o meglio contrade mitiche come San Lorenzo, Barbagalli, Barbabecchi regalano, fin sopra i mille metri di altitudine, alcuni tra i rossi più sottili, tesi, eleganti del mondo. Merito di una varietà, il nerello mascalese, che eccelle per finezza del tannino, garbo della struttura, classe e complessità olfattiva, longevità eccezionale. Non di rado è vinificato con un piccolo saldo di nerello cappuccio, più colorato e speziato, più morbido ma meno longevo, spesso con affinamento in legno – grande o piccolo a discrezione dello stile del produttore – e solitamente anche in rosato, con risultati splendidi per rigore, pulizia e complessità. Le eccezionali escursioni termiche del comprensorio conferiscono eleganza ai rossi, che prevalgono sul versante nord del vulcano, e ai bianchi, che popolano soprattutto il versante meridionale. È questo il regno del carricante, un concentrato di mineralità e sapidità che si traduce nel calice in note di pietra focaia e spintissime acidità.

Le stesse uve rosse dell’Etna sono le protagoniste delle ottime DOC del Messinese: Faro, dove i nerelli acquisiscono un’interessante struttura e un’austera vocazione all’invecchiamento, con tannini morbidi e vellutati, e Mamertino, una delle zone del vino più antiche al mondo, dove ai nerelli non si disdegna di accostare il nocera, uva autoctona dell’areale di Milazzo che dà un rosso alquanto rustico ma di beva piacevole. I nerelli sono anche i rossi più rappresentativi delle Isole Eolie, vulcaniche, benché tra Salina e Lipari eccella la tipica malvasia locale, sia secca, di grande mineralità a bilanciare la sottile aromaticità, sia in versione passita, tutelata dalla DOC Malvasia delle Lipari, caratterizzata da note di albicocca disidratata, delicatamente salmastra, piacevolmente eterea e speziata, con sbuffi sulfurei. Il rosso autoctono è il corinto nero: da provare per il bel frutto e la bevibilità compulsiva, anche in aperitivo.

Patria del nero d’Avola, il Siracusano si ricorda soprattutto per i vini dolci da moscato bianco passito: il Moscato di Noto e il Moscato di Siracusa, vini di grande charme, dal sapore antico e dalle note splendidamente vegetali e balsamiche. Più definito il panorama vitivinicolo ragusano, che, soprattutto nel comprensorio di Vittoria, è la terra del frappato: un’uva rossa dagli splendidi profumi fruttati e minerali e dalla struttura elegante e delicata. Il frappato si vinifica in purezza, ma anche in uvaggio con il nero d’Avola: in questo caso può dare vita all’unica DOCG dell’isola, il Cerasuolo di Vittoria.

Discorso a parte merita la DOC Pantelleria, che occupa l’isola vulcanica a largo della costa agrigentina. Qui, su terreni incavati dai venti e dai crateri, o su eroici terrazzamenti a picco sul mare, si coltiva lo zibibbo in antichi alberelli spesso franchi di piede. Tipologia di moscato dalla leggera aromaticità, lo zibibbo si vinifica secco, per un bianco di estrema mineralità iodata, oppure dolce, sia in vendemmia tardiva sia dopo appassimento: è il Passito di Pantelleria, Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Sferzati dal vento e dal sole, i grappoli appassiscono per un periodo variabile a seconda dello stile del produttore. Secondo un’antica tecnica, alcuni vinificano il passito usando comunque un saldo di vino da uve fresche per garantire la giusta acidità al prodotto. Poi l’affinamento, che può avvenire in acciaio o in legno e può durare anche un decennio, talvolta con risultati moderatamente ossidativi e decisamente salmastri ad accompagnare la caratteristica nota di albicocca disidratata che, con la grande concentrazione gusto-olfattiva, è il marchio di fabbrica di questo fiore all’occhiello del vino italiano.

Vino di Sicilia

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