Vino di Italia · Italvinus
CARRELLO
Trasporto gratuito a partire da 90 €

Vino di Italia

Oltre 650000 ettari vitati, di cui più di 100000 a biologico. Ormai stabilmente più di 30 milioni di ettolitri di vino di qualità ogni anno, cioè imbottigliato con denominazione d’origine o indicazione geografica, più circa 16 milioni di ettolitri di vino senza denominazione. Tutto con una leggera ma solida maggioranza dei vini bianchi (circa il 58%) sui rossi e i rosati (42%). E, soprattutto, una fortissima vocazione all’esportazione, seconda solo alla Francia, con oltre 20 milioni di ettolitri destinati ogni anno a Stati Uniti, Germania, Regno Unito in cima alla classifica dei principali mercati.

Leggi di più
6522 prodotti

10,00

(9,00 x6)

x6 -10%

53,00

(47,70 x6)

x6 -10%

15,90

(14,31 x6)

x6 -10%

19,80

(17,82 x6)

x6 -10%

12,90

(11,60 x6)

x6 -10%

9,80

(8,82 x6)

x6 -10%

13,90

(12,50 x6)

x6 -10%

12,90

40,50

(36,45 x6)

x6 -10%

19,95

(17,96 x6)

x6 -10%

14,05

10,54

-25%

39,20

14,90

7,00

(6,31 x6)

x6 -10%

16,80

17,40

(15,65 x6)

x6 -10%

19,50

(17,54 x6)

x6 -10%

18,00

(16,20 x6)

x6 -10%

11,50

9,50

(8,55 x6)

x6 -10%

13,55

(12,20 x6)

x6 -10%

24,90

(22,41 x6)

x6 -10%

45,99

(41,39 x6)

x6 -10%

25,50

(22,95 x6)

x6 -10%

18,50

(16,64 x6)

x6 -10%

29,50

11,80

31,00

14,55

14,80

(13,32 x6)

x6 -10%

8,00

(7,20 x6)

x6 -10%

15,95

7,95

(7,16 x6)

x6 -10%

18,50

18,50

(16,64 x6)

x6 -10%

10,00

(9,00 x6)

x6 -10%

Italia

Oltre 650000 ettari vitati, di cui più di 100000 a biologico. Ormai stabilmente più di 30 milioni di ettolitri di vino di qualità ogni anno, cioè imbottigliato con denominazione d’origine o indicazione geografica, più circa 16 milioni di ettolitri di vino senza denominazione. Tutto con una leggera ma solida maggioranza dei vini bianchi (circa il 58%) sui rossi e i rosati (42%). E, soprattutto, una fortissima vocazione all’esportazione, seconda solo alla Francia, con oltre 20 milioni di ettolitri destinati ogni anno a Stati Uniti, Germania, Regno Unito in cima alla classifica dei principali mercati.

Sono, questi, i numeri del successo del vino italiano: un successo non scontato, se si considera che fino agli anni Novanta, da queste parti, la qualità era ancora un concetto pratica a macchia di leopardo e, in fatto di mercato estero, il divario dai cugini francesi era abissale. La sensibilità degli italiani – un popolo di viticoltori ancora solidamente legati alle tradizioni contadine e ai sani riti del prodotto tipico, ma anche di aristocratiche famiglie del vino proprietarie di castelli e latifondi – è evoluta molto rapidamente: col traino della Toscana, tutte le regioni hanno fatto passi da gigante sul terreno dell’enografia, della zonazione, della modernizzazione delle vigne e delle cantine, della ricettività in azienda, della comunicazione e del mercato.

Il Nord-Ovest: Piemonte e nebbiolo, ma non solo

Il cuore del vino italiano settentrionale, per qualità e appeal internazionale, è il Piemonte. È questa la regione che, con le Langhe patrimonio dell’umanità UNESCO insieme a Monferrato e Roero, regala uno dei due massimi vini italiani: il Barolo.

Le dolci colline marnoso-argillose del Piemonte meridionale, tra Barolo e Barbaresco sono la culla naturale del nebbiolo, vitigno a bacca rossa che esprime in cru mitologici come Vigna Rionda e Rabajà, tutto il connubio tipicamente italiano tra l’aristocrazia del vino, elegante e longevo, e la sua radica contadina, che lo caratterizza con rusticità, tannino deciso e freschezza dirompente. Il Piemonte è però anche il regno della barbera, uva rossa classica del Monferrato e di eccezionale acidità, il che la rende perfetta a tavola, e del dolcetto, scattante e di ottima beva.

Solo rossi? Tutt’altro! Il Piemonte è uno scrigno di bianchi di grande successo, dal fine e delicato cortese di Gavi al minerale e avvolgente arneis del Roero, dal grandioso timorasso dei Colli Tortonesi fino – unico vitigno bianco significativo del Piemonte settentrionale – all’erbaluce del Canavese e di Caluso. E poi, ovviamente, il moscato bianco, che dà vita a un patrimonio inestimabile di dolcezza quale il Moscato d’Asti: fragrante, fresco, frizzantino, è il grande vino dolce italiano, ottimo anche come aperitivo fuori dagli schemi.

Eccellente nebbiolo si trova anche nel nord della regione, dove si esprime con i caratteri del vino di montagna, ma sui suoli spiccatamente vulcanici del Gattinara, del Boca, del Bramaterra, così come di nebbiolo d’altura, eroico, si deve parlare in Valtellina, in altissima Lombardia, e in Valle d’Aosta. La Valle d’Aosta è una piccola regione del vino italiano, dove sono rimaste in vita, per via dell’isolamento montanaro della zona, molte uve autoctone, tra cui spicca il rosso petit rouge e il bianco petite arvine, oltre al prié blanc di Morgex, allevato nei vigneti più alti d’Europa.

A parte la Valtellina, in Lombardia le zone del vino si concentrano in Oltrepò Pavese e in Franciacorta. Entrambe zone spumantistiche a metodo classico (cioè champenoise), la prima eccelle per alcuni blanc de noirs da pinot nero in purezza, mentre la seconda si esprime grandiosamente con lo chardonnay, a volte in purezza e anche in eccezionali riserve. La Franciacorta, appena a sud del Lago d’Iseo, beneficia di suoli morenici ricchi di minerali, e dà anche ottimi metodo classico rosati a base di pinot nero.

L’Oltrepò Pavese, ricco di colline calcareo-argillose storicamente considerate la cantina di Milano, è anche terra di ottimi rossi, talvolta da affinamento: i vitigni sono il pinot nero – che qui riesce elegante ma di struttura – la barbera e l’uva rara, ma soprattutto la croatina, ricca, complessa, tannica, a tratti opulenta. Se ne fa anche una versione frizzantina dolce, che si chiama Sangue di Giuda. Ai confini con il Veneto, proprio a sud del Lago di Garda, su suoli morenici e con un clima quasi mediterraneo, c’è il Lugana, che è il grande bianco lombardo e uno tra i massimi vini bianchi italiani. Teso, sapido e longevo, è prodotto con uve tipiche della zona: il trebbiano di Lugana. Sulla sponda occidentale del Garda si trova inoltre uno dei comprensori migliori in Italia per i vini rosati: si tratta della Valtenesi, i cui chiaretti – da uve groppello in prevalenza – sono forse gli unici vini italiani a poter competere, per eleganza e longevità, con i cugini provenzali.

L’Emilia Romagna è una regione molto eterogenea. In Emilia, quindi nella parte occidentale della regione tra Parma, Modena e Reggio Emilia, si fanno molti vini frizzanti, di cui il più famoso è il lambrusco. Anzi, i lambrusco: c’è il Sorbara, più delicato, e il Grasparossa, più strutturato, comunque sempre con una delicata bollicina, una piacevole vinosità e un sapore, all’occorrenza, secco o leggermente abboccato. Nel Piacentino, invece, prevalgono i vini rossi presenti anche in Oltrepò Pavese, a volte frizzanti, come il Gutturnio; tra i bianchi, frizzanti anche loro, l’ortrugo e soprattutto la malvasia di Candia aromatica.

La zona di Bologna si distingue particolarmente per un bianco semplice ma che, ben vinificato, diventa complesso e longevo, cioè il pignoletto, mentre la Romagna, verso l’Adriatico, regala uno dei più sorprendenti sangiovese d’Italia, teso e schietto, insieme a un bianco, l’albana, che se attaccato da muffe nobili stilla uno dei vini dolci più maestosi della penisola. Si torna a vini prevalentemente frizzanti, ottimi per accompagnare antipasti e piatti unici grassi, verso il Delta del Po. Qui, tra le dune del Ferrarese, il vitigno principale è un’uva a bacca nera, la fortana, e dà vita all’unico vero e proprio vin de sable italiano.

Il Nord-Est: galassia Veneto e… il regno dei bianchi

Il Veneto, da solo, produce circa il 20% del vino italiano di qualità. Una proporzione enorme, che è confermata dalle regioni limitrofe: Friuli e Trentino-Alto Adige. Merito di una grande lungimiranza: da queste parti, infatti, anche le cantine cooperative lavorano da tanto tempo con un chiaro orientamento qualitativo e, anche se le quantità sono ingenti, i vini a denominazione d’origine vanno per la maggiore.

Il Veneto, per dirla in breve, è la regione della Valpolicella e del prosecco. La Valpolicella occupa le colline marnoso-calcaree intorno a Verona e regala, com’è noto, i grandissimi vini a base di uva corvina e altre (qui, infatti, è tradizione l’assemblaggio di diverse varietà). Quest’uva acida, corposa ed elegante, che ben si presta all’appassimento, dà origine all’Amarone, un rosso vellutato e robusto, spesso molto alcolico, prodotto vinificando secchi i mosti derivanti da uve sottoposte all’appassimento in locali idonei a questa pratica. Più giovane e croccante è invece il Valpolicella, da uve fresche, mentre una via di mezzo è costituita dal celebre Ripasso, che si produce facendo “ripassare” il Valpolicella sulle bucce esauste dell’Amarone. O del Recioto, che è il vino più tipico della zona, ed è un grandioso passito rosso sontuoso per complessità e struttura.

Con circa 100 milioni di bottiglie in giro per il mondo, il prosecco è lo spumante italiano più conosciuto. Si produce da uve glera un po’ in tutto il Veneto e anche in Friuli, e si spumantizza con il metodo charmat, cioè con rifermentazione in autoclavi di acciaio. Noto soprattutto in versione extradry, oggi ha grande successo in versione brut, e a volte anche extrabrut o pas dosé. Sotto il profilo della qualità, anche se le note tipiche di questo spumante sono fruttate (pera, mela, pesca, a volte agrume), va distinto il prosecco delle pianure da quello delle colline, e in particolare dell’areale di Asolo, Conegliano e Valdobbiadene. Qui il prosecco assume più eleganza, struttura, finezza minerale, grazie alle pendenze e alle esposizioni.

In Veneto va citato anche il Soave, che è tra i più grandi bianchi italiani e si produce con uve garganega, certamente al vertice della qualità al di qua delle Alpi. Terroir vulcanico, il Soave regala calici tesi, sottili, minerali, con note di erbe, gesso, pietra focaia esaltate a seconda delle caratteristiche dei singoli cru. Questo lembo ai confini tra le province di Verona e Vicenza dona uno dei bianchi italiani più longevi, di straordinaria acidità e sapidità.

Più nord, in Trentino, il vigneto è disposto soprattutto lungo la valle dell’Adige. Le uve più significative sono tre autoctone: il marzemino, che dà rossi delicati e di beva, il teroldego, che specialmente nella Piana Rotaliana dà vita a calici più terrosi, strutturati e longevi, e la nosiola, che regala bianchi molto minerali, con note di frutta secca, e anche un preziosissimo Vino Santo. Il vino trentino più significativo è comunque il Trento DOC, che è forse lo spumante a metodo classico più importante d’Italia. Figlio di un severo chardonnay di montagna, a volte assemblato con pinot nero e pinot bianco, il Trento si esprime in modo straordinario anche dopo dieci anni di sosta sui lieviti, e nelle sue massime versioni è prodotto con cuvée sottoposte ad affinamento in legno.

Come in Trentino, anche in Alto Adige prevalgono le uve internazionali. Si possono considerare autoctone il lagrein, un rosso croccante e fruttato ottimo anche rosato, e la schiava, che dà un vino rosso più delicato e di pronta beva. I vini altoatesini più importanti sono soprattutto i bianchi, ma è in questa regione, e in particolare nel cru di Mazzon, che si assiste alla migliore espressione italiana del pinot nero. Un pinot nero di montagna, fresco ma ricco, complesso, leggiadro ma al tempo stesso tannico, strepitoso anche in versione riserva. Le uve bianche più performanti sono il gewürztraminer, probabilmente originario di Termeno, che si esprime in Alto Adige con un perfetto connubio di grassezza e mineralità, il sylvaner, espressione tesa, gessosa e verticale della Valle Isarco, e il riesling, che ha trovato in Val Venosta un vero e proprio habitat in cui esaltare le sue tipiche note di idrocarburo e la sua naturale longevità.

Il Friuli è la regione italiana bianchista per eccellenza. Una regione che, dopo la fillossera, ha puntato molto sulle uve internazionali pur senza espiantare totalmente le varietà autoctone. Le aree più vocate sono quelle collinari che si stagliano nella parte orientale della regione, dove si trovano i tipici suoli sassosi e minerali chiamati, localmente, flysch e ponka, fino al confine con la Slovenia (Paese con cui il Friuli condivide gran parte dei vitigni): dalla valle dell’Isonzo ai Colli Orientali, dal rinomatissimo Collio goriziano fino al Carso e alla Venezia Giulia.

Le uve bianche più rappresentative esprimono tutte mineralità, sapidità, spessore e longevità: friulano, malvasia istriana, verduzzo per citare le autoctone, mentre fra le internazionali spiccano il sauvignon – che in Friuli dà i risultati migliori in Italia – e pinot grigio. L’orientamento generale è la produzione di bianchi da assemblaggio (anche tra uve locali e internazionali), ma in alcuni cru, come ad Oslavia, si valorizza la ribolla gialla in versione orange, con lunghe macerazioni e affinamenti in legno o in anfora. Questa zona è, in Italia, quella più vocata alla produzione di questa tipologia di vini, soprattutto naturali e con metodi ancestrali.

I rossi friulani sono in genere alquanto rustici, potenti e territoriali: si possono citare il refosco, lo schioppettino e il pignolo, oltre al terrano, che è tipico del Carso (regione triestina dove il vitigno più nobile è un bianco, cioè la vitovska). Suoli minerali e colli ben ventilati e freschi si prestano anche alla realizzazione di straordinari vini dolci-non dolci da grappoli leggermente appassiti o vendemmiati tardivamente, come il Ramandolo (da uve verduzzo) e il nobilissimo picolit.

Il Centro: la Toscana alla guida di un patrimonio senza fine

Introdotta dagli Etruschi e perfezionata dai Greci, la viticoltura in area toscana rinacque nel Medioevo, nelle abbazie e nei castelli dei nobili. Nel Rinascimento i migliori vini toscani sono già noti sulle tavole illustri. Al 1716 risale il decreto del granduca Cosimo III de’ Medici che definisce i confini di quattro zone vinicole (Chianti, Pomino, Carmignano, Valdarno di Sopra), considerate le prime denominazioni della storia. Nell’Ottocento, mentre il Chianti si afferma sul mercato come vino rosso di pronta beva, nel 1888 Ferruccio Biondi Santi produce la prima annata di Brunello. La viticoltura toscana è oggi tra le più avanzate d’Italia, con consistenti investimenti sul mercato e sui sistemi di allevamento. Dai 60000 ha vitati la Toscana produce 2,8 milioni di hl di vino (2014) e costituisce circa il 25% dell’export italiano.

Con un territorio collinare per oltre due terzi, la Toscana vanta esposizioni e ventilazioni ovunque ottimali. I terreni sono molto vari, dall’arenario-calcareo delle coste al marnoso-argilloso delle valli interne, con elementi vulcanici, arenari e tufacei a seconda delle zone. Lo stesso vale per il clima, temperato, ma variabile dal mediterraneo delle coste al continentale dell’Appennino, con picchi rigidi e maggior piovosità.

Nella regione Toscana, rossista per eccellenza, domina il sangiovese, che gradisce i terreni marnosi e calcarei dell’area classica del vino regionale, e dà vini strutturati, tannici, freschi e di grande longevità. Lo si trova nelle DOCG Chianti Chianti Classico, storico territorio fra Siena e Firenze, spesso insieme a canaiolo e colorino. In questo paesaggio mitico si trovano i tipici suoli di galestro e alberese, che insieme alle considerevoli altitudini di alcuni cru, come Radda in Chianti, conferiscono al sangiovese una tagliente mineralità. Lo si trova nelle DOCG Vino Nobile di Montepulciano, dai terreni marnosi verso il confine con l’Umbria, e Brunello di Montalcino (in purezza), in alta Val d’Orcia, con filari che si spingono fino ai 650 metri s.l.m.. Con un affinamento minimo di 50 mesi di cui due anni in botte grande, è questo uno dei vini più potenti, eleganti e conosciuti al mondo. Interpretazioni più pronte del sangiovese si trovano nelle DOCG Montecucco Sangiovese e Morellino di Scansano, nel Grossetano, quindi in Maremma, zona considerata giustamente il cuore qualitativo della nuova Toscana del vino.

Grazie alle lontane parentele tra i Medici e i Borbone, i vitigni francesi sono presenti da secoli a Carmignano, oggi una DOCG vicino a Prato, dove il cabernet incontra il sangiovese. In tempi più recenti queste uve sono state impiantate in molte zone per la produzione dei Supertuscan, vini spesso senza denominazione ma dagli elevatissimi livelli qualitativi: rossi da uve internazionali, ma anche autoctone, come il sangiovese, lavorate in stile bordolese, come il Tignanello.

Li si trova nel Chianti e in Maremma, nelle piane costiere intorno alla DOC Bolgheri, nella cui zona, uno splendido anfiteatro sabbioso, alcalino, argilloso in parte pianeggiante e in parte collinare affacciato sul Tirreno, spiccano vini-simbolo come Sassicaia, Ornellaia, Paleo, Biserno, Masseto. Cabernet sauvignon e merlot sono valorizzati anche nelle recenti DOCG Val di Cornia Rosso e Suvereto, sulle colline metallifere vicino a Piombino, mentre il syrah eccelle in alcune zone dell’interno, come la DOC Cortona, dai terreni minerali.

Il più grande vino bianco toscano pregiato è la Vernaccia di San Gimignano, DOCG del Senese, storico vino di grande pienezza, mineralità e longevità, che si presta anche all’affinamento in legno. Nell’area costiera si producono il vermentino e, dal Grossetano all’Argentario e sull’Isola d’Elba, l’ansonica, vino fresco e profumato noto altrove come inzolia. I vitigni bianchi più diffusi sono il trebbiano toscano e la malvasia bianca lunga, un tempo inseriti nell’uvaggio del Chianti.

Queste uve concorrono al Vin Santo, passito prodotto con affinamento fino a 12 anni in caratelli da circa 100 litri collocati in soffitte esposte alle stagioni. È un vino consistente, a volte viscoso e aromatico, ampio, persistente, ossidativo. Il Vin Santo viene prodotto anche da sangiovese passito, assumendo la denominazione di Occhio di Pernice. Altri passiti sono l’Aleatico dell’Elba, rosso agile e profumato, e il Moscadello di Montalcino, un moscato bianco prodotto nell’areale della DOCG.

Sul fronte Adriatico, le Marche hanno ormai raggiunto un livello qualitativo altissimo. L’uva più rappresentativa della regione dona uno dei migliori bianchi italiani: il verdicchio. Teso, complesso, minerale, ammandorlato, a volte acidulo, il verdicchio si esprime con maggior larghezza intorno ai Castelli di Jesi, grazie all’influenza mediterranea dell’Adriatico, e con sottile eleganza a Matelica, valle interna delle Marche a contatto con l’Appennino. Fresco e molto sapido, il verdicchio si presta a lunghi affinamenti e a volte, specie per le nobili riserve, viene fatto riposare in recipienti di legno grande esausti per esaltarne la complessità.

Sangiovese e montepulciano sono le uve rosse più significative della regione. Spesso in assemblaggio, si trovano anche in purezza, soprattutto la seconda. Le zone più vocate sono il Conero, vicino ad Ancona, dove spiccano per tensione tannica e mineralità, e il Piceno, cioè la parte meridionale della regione, verso Ascoli, dove si distinguono per la morbidezza e la fragranza fruttata. In questa zona, nello splendido cru di Offida, si produce anche uno straordinario pecorino, un bianco fresco, verticale, gessoso e strutturato che sta sorprendendo per la longevità che è in grado di esprimere.

Il sangiovese, ma solitamente in assemblaggi stile Chianti, è l’uva più rappresentativa anche dell’Umbria settentrionale, soprattutto della zona di Torgiano, dove se ne produce una grandissima riserva. L’Umbria è una piccola regione del centro Italia che, per storia e terroir, ha poco da invidiare alla Toscana. Regala un rosso estremamente caratteristico, noto soprattutto per la sua prorompente tannicità: il sagrantino, prodotto in particolare nella splendida zona centrale di Montefalco. Si apprezza tradizionalmente in assemblaggio con il sangiovese, oppure in versione passita, anche se oggi, per gli amanti dei rossi tannici senza compromessi, si trovano eccellenti etichette in purezza, affinate a lungo in botti grandi o piccole.

L’Umbria è anche regione di ottimi bianchi, specie nella zona di Orvieto e Todi, che è tufacea di origine vulcanica. Qui il vitigno principe è l’acidissimo e pungente grechetto, ma si trovano anche poderosi chardonnay, come quello che dà vita al Cervaro della Sala. In questa zona, con le stesse uve, si producono anche alcuni dei migliori muffati italiani.

La parte settentrionale del Lazio, cioè la Tuscia, è in continuità vitivinicola con la Toscana meridionale e con l’Umbria. Si tratta di una zona vulcanica ricca di laghi, dove prosperano uve come l’aleatico, il grechetto, il procanico, che poi è un trebbiano toscano. Rossi leggeri, dunque, di buona aromaticità, e bianchi sottili, di poco corpo, ma sapidi e minerali, come l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone.

La zona più tipica del vino laziale è quella che sta intorno a Roma: si tratta dei Castelli Romani e del Frascati. Areale vulcanico, anche in questo caso, che ha fatto passi da gigante in direzione della qualità. Il Frascati è un grande bianco da grandi uve, soprattutto la malvasia puntinata del Lazio, un’uva esigente e delicata che esprime vini di piacevole aromaticità e tesissima spalla sapida e minerale. I grandi Frascati, eccelsi con una bella carbonara, hanno anche un’ottima capacità di evoluzione.

Poco più a sud e nell’entroterra spiccano invece i rossi, che in Lazio hanno ancora un certo corredo di rusticità molto tipica, peraltro ottima per la cucina verace della regione. C’è il cesanese, che si esprime in alcune riserve, tra Piglio e Olevano Romano, con inedita eleganza, e c’è il nero buono, tipico – come il bianco bellone – della zona di Cori. Nel Lazio meridionale, i prodotti più tipici sono i vini del Circeo, in generale leggeri e di beva immediata, e il Moscato di Terracina, un autoctono di pregevole aromaticità che si apprezza sia secco sia in versione amabile o passita.

Il sud: rinascita completata

Il sud Italia può essere definito certamente la culla del vino al di qua delle Alpi. Siamo, del resto, in Magna Grecia, e la storia vitivinicola di questa civiltà non ha certo bisogno di presentazioni. Il Novecento, però, non ha regalato molto al sud in fatto di qualità. Cantine cooperative troppo spesso votate alla quantità, mosti mediocri esportati senza scrupoli, sovrapproduzioni e vigneti in esubero hanno rischiato di compromettere un patrimonio bimillenario. Ora la situazione si è del tutto ristabilizzata e, anche se il vino a denominazione occupa una porzione in crescita del prodotto di queste regioni, la qualità è ormai di casa anche tra Campania e Calabria.

Delle regioni meridionali, l’Abruzzo è forse quella più legata al centro Italia. Regione letteralmente a cavallo tra il mare – l’Adriatico – e le altissime vette dell’Appennino meridionale – Gran Sasso e Maiella – l’Abruzzo è la patria del montepulciano, che infatti si trova anche nel Piceno. Rubino cupo, intenso e violaceo, fruttato, scuro, a volte tostato al naso, il montepulciano esprime un sorso tagliente, acido, rustico, tannico, pur con frequenti concessioni alla morbidezza.

Ovviamente incidono le zone: il montepulciano risulta più esplosivo e corposo verso il mare, sulle colline teramane ad esempio, mentre assume un profilo più dritto e duro all’interno, nelle zone di Casauria, Popoli, Sulmona, Ofena. Il montepulciano, spesso allevato ancora a pergola, è anche un vino duttile, che si presta a una prolungata sosta in botte, ma anche alla vinificazione in rosato. Ne deriva un rosato molto carico, un quasi-rosso: il Cerasuolo d’Abruzzo.

Lo stesso, cioè di un notevole variabilità territoriale, si può dire dell’altro grande vitigno abruzzese, cioè il trebbiano d’Abruzzo, da non confondere con il più comune e neutro trebbiano toscano. Un’uva esigente, caratteristica, che dà vini sapidi, dritti, ammandorlati e longevi, carichi di una verticalità di montagna soprattutto nelle zone più interne della regione. Sempre sul fronte dei bianchi, l’Abruzzo produce anche grandissimi pecorino, anche a 800 metri di altitudine, di straordinaria profondità minerale, e piacevolissime passerina, anche in versione spumante.

Il Molise, che secondo alcuni, per le sue esigue dimensioni, è la “regione che non esiste”, è interessato sostanzialmente da un'unica grande DOC regionale. I vini rossi più caratterizzati sono a base montepulciano, ma il grande autoctono è la tintilia: un vitigno un po' rustico, ricco di colore, aromi e tannini, in grado di stupire negli anni. Tra i vini bianchi, spiccano il trebbiano e la falanghina, oltre a una versione tipica del moscato bianco, anche passito o vendemmiato tardivamente, di delicata dolcezza e bel finale ammandorlato.

Con alle spalle oltre 3000 anni di viticoltura, la Campania è la regione italiana dalla più antica tradizione vinicola e, ancora oggi, dal più ampio catalogo di vitigni coltivati. La Campania, oggi, vanta circa 30000 ettari vitati e una produzione imponente di vino di qualità. Rinata in epoca moderna come regione rossista, negli ultimi anni sta assistendo a una fortissima riscossa dei suoi grandi bianchi.

La Campania “interna”, tra Irpinia e Sannio, rappresenta una delle zone vitivinicole più vocate d’Italia, sia per i bianchi sia per i rossi. Lo dimostra l’Irpinia, corrispondente alla provincia di Avellino. Qui, viti secolari e incredibili stratificazioni vulcaniche regalano la massima espressione regionale dell’aglianico: il Taurasi. Qui, quest’uva di origine probabilmente greca esprime al meglio il suo nerbo acido, minerale, sapido, tannico e tutto il suo potenziale di affinamento.

Più a occidente, verso il Monte Partenio, intorno ai cru di Summonte e Lapio si stagliano i vigneti del Fiano di Avellino. Vigneti che si abbarbicano fin oltre i 700 metri tra suoli sassosi e calcarei che rappresentano l’habitat prediletto per questa, che è probabilmente la più grande uva bianca del Sud. Naturalmente minerale, con sentori di idrocarburo e pietra focaia, i più grandi fiano, meglio se da solo acciaio, riposano in bottiglia anche più di vent’anni conservando e anzi potenziando le proprie qualità. Appena a nord, su suoli di origine tufacea, il Greco di Tufo. Di minor longevità, è riccamente minerale e mette in evidenza frutto e freschezza.

Nel Beneventano, area che coincide con buona parte dell’antico Sannio, spiccano due uve. Una è ancora l’aglianico, che qui regala, nel comprensorio vulcanico del Taburno, un vino DOCG particolarmente agile, croccante e minerale. L’altra è la falanghina, che può essere considerata l’altro grande bianco campano.

Spostandoci verso la costa, la falanghina trova casa in un altro importante comprensorio vulcanico: i Campi Flegrei. E qui, ovviamente, diventa più sottile, tesa, a tratti nervosa in gioventù, di esuberante mineralità. I Campi Flegrei, zona di soffioni vulcanici intorno a Pozzuoli, regalano anche un altro grande autoctono campano: il piedirosso. Un’uva di struttura contenuta, buoni profumi e beva piacevole, che con l’aglianico costituisce uno degli uvaggi più tradizionali della regione, presente anche nel Falerno del Massico – parte nord della Campania – e nei vini del Vesuvio come il Lacryma Christi rosso, anche loro vulcanici, ovviamente, oltre che in Costiera Amalfitana.

Intorno a Napoli, oltre ai Campi Flegrei, si trovano molti altri interessanti comprensori, in genere su suoli vulcanici. C’è l’asprinio di Aversa, bianco prodotto con un’uva estremamente acida e da viti ancora spesso maritate agli alberi; c’è, ad Ischia, la biancolella, un autoctono grandioso coltivato su terrazzamenti eroici che esprime una complessità olfattiva e una ricchezza in estratto note ormai a livello internazionale; c’è, più a sud, la Costiera Amalfitana, che rappresenta uno degli areali vitivinicoli più interessanti ed eroici d’Italia.

Le vigne, terrazzate a strapiombo sul mare, sono storicamente isolate e pertanto hanno conservato un patrimonio di varietà altrove sconosciuto. Nella zona di Furore spiccano i bianchi, che tradizionalmente si producono da un uvaggio di uve ripoli (morbida), fenile (rotondo e colorato) e ginestra (fresco e floreale), con risultati di assoluta eccellenza anche dopo un affinamento in legno. Nel Salernitano, il vigneto cilentano offre gli stessi autoctoni regionali (fiano, greco, aglianico, piedirosso) in una versione più immediata, rotonda, di pronta beva.

Già nell’antichità il centro propulsivo e qualitativo della viticoltura della Basilicata era la parte settentrionale della regione, verso il Vulture: un gigantesco vulcano spento che ospita il comprensorio più vocato. Intorno al Vulture, innevato d’inverno e con viti che si spingono oltre i 600 metri di altitudine, cittadine come Melfi, Rionero e Barile sono considerate i veri e propri cru dell’aglianico. Uva ostica, l’aglianico, qui come in Irpinia, è nervosa e pimpante in gioventù, ma nel lungo affinamento dà sensazioni straordinarie per struttura, eleganza, sottigliezza e classe del tannino. I suoli vulcanici di questa zona, con le caratteristiche cantine scavate nella roccia nera dello sheshë nel centro arbëreshë di Barile, rappresentano uno scenario perfetto per la produzione di un aglianico dalla personalità unica, forse il più grande e valorizzato rosso del sud.

La Puglia e il Salento, cioè il “tacco d’Italia”, sono regioni dominate essenzialmente da grandi rossi morbidi e opulenti e da stupendi rosati di struttura e carattere, generalmente prodotti con le stesse uve. A nord, intorno al misterioso complesso di Castel del Monte, tra le Murge e la costa adriatica, la zona eccelle per il bombino nero, uva rossiccia eccezionale per i rosati fruttati, carichi e minerali, e per il nero di Troia, un rosso piuttosto rustico ma poderoso, dritto, molto tannico, perfetto da affinamento.

Nel basso Barese, il nero di Troia cede il passo al primitivo. Uva precoce per maturazione, il primitivo raggiunge rapidamente alti livelli di concentrazione zuccherina, e per questo motivo è considerata la più rappresentativa della regione Puglia, terra di rossi opulenti, morbidi e strutturati che “massimizzano” il contributo del clima mediterraneo.

Presente in tutta la regione, il primitivo si esprime benissimo soprattutto a Gioia del Colle (in Puglia), dove l’altura e il clima più mite ne limitano un po’ la struttura e ne accentuano moderatamente l’acidità, conferendogli maggiore sottigliezza ed eleganza, e a Manduria (in Salento), dove invece lo stretto contatto con il mare e il clima più severo ne esaltano la rotondità e la consistenza glicerica e pseudocalorica. In questa zona, riesce splendidamente come vino dolce naturale, molto concentrato, da vendemmia tardiva.

Il Salento è lo splendido comprensorio in cui il primitivo, pur presente, cede al negroamaro, che viene bene sia rosso, intenso e bello carico ma un po’ rustico, sia rosato. Rosati, in genere, di struttura, carattere e nerbo, freschi e fruttati, sì, ma soprattutto di corpo, rotondi, avvolgenti, a volte poco meno carichi di un rosso e talvolta affinati in legno. Altre uve rosse del territorio sono la malvasia nera, spesso utilizzata in assemblaggio con il negroamaro per esaltare l’aromaticità del vino, il susumaniello e l’aleatico. I bianchi, che non sono il forte della Puglia, si concentrano intorno ad uve locali come la verdeca e il fiano minutolo, oltre al tipico Moscato di Trani, un vino dolce fresco e stuzzicante.

Il fulcro del vino in Calabria è, oggi come ai tempi della Magna Grecia, la costiera ionica e l’immediato entroterra, in comprensori ionici come Cirò, Melissa e la Val di Neto. Terreni molto diversi, dal marnoso al calcareo, tutti affacciati sul mare ma rinfrescati dalle escursioni termiche delle cime poco lontane. La regione è il regno del gaglioppo (oltre che del fratello minore magliocco), rosso, e del greco, bianco, capaci di donare vini di carattere per sapidità e mineralità, ma anche bianchi e rosati di garbo e piacevolezza, che forse rappresentano il prodotto più tipico di questa costiera sferzata dal sole e dal vento. E poi il fascino dei grandi passiti. Il Moscato di Saracena, nel Cosentino, abile blend di vino passito e mosto cotto di uve aromatiche, e il mitico Greco di Bianco, Locride, nettare concentrato, a tratti ossidativo che è, con il mantonico, uno dei simboli di una terra in rinascita.

Isole: i grandi vini mediterranei (e anche un po’ di montagna)

Non c’è popolazione della Sicilia antica che non abbia coltivato con successo la vite. I Greci, certo, ma anche gli Elimi, i Siculi, i Sicani, ovviamente i Fenici. Qui sono nati alcuni dei vini più antichi al mondo, in genere passiti o comunque dolci, come nel Siracusano. E qui è nato il più grande vino liquoroso siciliano e italiano, il Marsala.

L’uva rossa più rappresentativa dell’isola è senz’altro il nero d’Avola. Di buon tannino, bella acidità, media struttura, il nero d’Avola dà vini fruttati con spiccate note di ciliegia, soprattutto in gioventù. È presente in tutta l’isola eccetto la zona dell’Etna e si apprezza molto anche in uvaggio con varietà internazionali, che in Sicilia, spesso anche in purezza, hanno riscosso ampio successo negli ultimi anni, cabernet sauvignon e syrah in particolare.

I bianchi occupano circa il 75% del prodotto regionale e un parco vitigni di tutto rispetto. Il più rappresentativo è il catarratto, un’uva che regala vini molto equilibrati tra profumi, sapidità e buona struttura. Più marcatamente aromatica è l’inzolia, l’ansonica toscana, mentre di ottima concentrazione è il grillo, sapido e marino. Quanto agli internazionali, in Sicilia si comporta molto bene lo chardonnay, solitamente vocato a un certo invecchiamento.

Il Marsala può essere prodotto quasi in tutta la provincia di Trapani, ma le cantine migliori e più storiche sono situate proprio nella città che dà il nome alla denominazione. Antiche cantine che perpetuano la tradizione della fortificazione con alcol di vino da uve, generalmente, grillo (per il Marsala “oro” e “ambra”) o perricone (per la tipologia “rubino”). Nato, come tutti i liquorosi più grandi del tardo Settecento, dalla necessità di trasportare vino stivato verso i porti inglesi dai centri produttivi dell’Europa meridionale, il Marsala, che viene realizzato con una tecnica analoga al “metodo solera” dello Sherry, cioè con affinamento in botti scolme, può essere, a seconda dei dosaggi, secco, semisecco o dolce. Quello più austero, secco e senza compromessi è il “vergine”, che può avere alle spalle oltre dieci anni di sosta in cantina: note eteree, di mallo di noce, balsamiche, terziarie e di frutta candita si alternano in relazione alle diverse tipologie.

Il comprensorio più nobile della Sicilia orientale è certamente quello dell’Etna: sabbie vulcaniche, antiche sciare e rocce scoscese producono una delle viticolture più eroiche del mondo, con ripidi terrazzamenti e vigneti, spesso ad alberello, franchi di piede, in quanto, da queste parti, la fillossera stessa ha attecchito molto poco. Viti centenarie e contrade mitiche regalano, fin sopra i mille metri di altitudine, alcuni tra i rossi più sottili, tesi, eleganti del mondo. Merito di una varietà, il nerello mascalese, che eccelle per finezza del tannino, garbo della struttura, classe e complessità olfattiva, longevità eccezionale, anche dopo un lungo affinamento in legno. Le eccezionali escursioni termiche del comprensorio conferiscono eleganza ai rossi, che prevalgono sul versante nord del vulcano, e ai bianchi, che popolano soprattutto il versante meridionale. È questo il regno del carricante, un concentrato di mineralità e sapidità che si traduce nel calice in note di pietra focaia e spintissime acidità.

Il nerello è tipico anche delle denominazioni del Messinese, su tutte Faro, e delle Isole Eolie, vulcaniche. Tra Salina e Lipari eccelle però la tipica malvasia locale, sia secca, di grande mineralità a bilanciare la sottile aromaticità, sia in versione passita, caratterizzata da note di albicocca disidratata, delicatamente salmastra, piacevolmente eterea e speziata, con sbuffi sulfurei. Vittoria, nel Ragusano, è la terra del frappato: un’uva rossa dagli splendidi profumi fruttati e minerali e dalla struttura elegante e delicata. Il frappato si vinifica in purezza, ma anche in uvaggio con il nero d’Avola, dando vita al Cerasuolo di Vittoria.

Discorso a parte merita la DOC Pantelleria, che occupa l’isola vulcanica a largo della costa agrigentina. Qui, su terreni incavati dai venti e dai crateri, o su eroici terrazzamenti a picco sul mare, si coltiva lo zibibbo in antichi alberelli spesso franchi di piede. Tipologia di moscato dalla leggera aromaticità, lo zibibbo si vinifica secco, per un bianco di estrema mineralità iodata, oppure dolce, sia in vendemmia tardiva sia dopo appassimento: è il Passito di Pantelleria. L’affinamento può avvenire in acciaio o in legno e può durare anche un decennio, talvolta con risultati moderatamente ossidativi e decisamente salmastri ad accompagnare una caratteristica nota di albicocca disidratata.

Quella della Sardegna è una delle realtà vitivinicole più affascinanti d'Italia. La varietà delle colture e dei suoli, oltre che dei climi e dei meravigliosi paesaggi, rende quest'isola un patrimonio straordinario anche sotto il profilo enologico. Negli ultimi anni la produzione di vini sardi di qualità è aumentata considerevolmente, diversificandosi in modo eccezionale e offrendo, fra tradizione e innovazione, perle enologiche ormai ricercatissime.

La zona settentrionale dell'isola, con il Sassarese e la Gallura, è terra dai suoli calcarei e ferrosi: terra, dunque, da grandi vini minerali, come il vermentino, che qui assume una profondità e una sapidità uniche, e il torbato, tipico della stupenda Alghero.

La Sardegna centrale è la Sardegna del cannonau, il grande rosso isolano. Un vino sardo di carattere e territorialità magiche, una grenache che beneficia dei terreni calcareo-argillosi dell'Ogliastra da Jerzu a Oliena, la zona classica del vitigno, tipicamente coltivata ad alberello. Un vino carico, deciso ma carezzevole, tanto più oggi sovente affinato in legno, e dunque incredibilmente longevo.

Oltre l'Oristanese, terra di grandi vernacce con sentori liquorosi tradizionalmente affinate con velo de flor, si distende il Cagliaritano, con suoli più semplici e poco fertili, che si distingue per la realizzazione di vini immediati, pronti e da aperitivo, dalla straordinaria pulizia e di grande charme, come i bianchi nasco, interessantissimo anche in versione dolce, e nuragus e, ma più a nord, il rosso cagnulari. Tra i bianchi più interessanti, nel Campidano, c’è il semidano, tipico della zona vulcanica di Mogoro: forse, per potenziale di longevità e mineralità intrinseca, il più grande bianco sardo.

Il catalogo dei rossi sardi si completa con il monica, fruttato e garbato, e soprattutto con il raffinato carignano, più sottile ed elegante del cannonau, noto in Spagna come cariñena. Questo a riprova della forte sintonia vitivinicola tra Sardegna e penisola iberica, che si concretizza anche con altre uve, dal bovale allo stesso cannonau, disegnando, complice la diffusione del vermentino in Liguria e Toscana, uno splendido arco di tutta la viticoltura mediterranea, di cui l'isola dei Quattro Mori rappresenta il centro ideale.

Le uve rosse italiane emblematiche

  • Nebbiolo: è il vitigno piemontese con cui si produce il Barolo. Ha struttura elegante, complessa, profonda, acidità, tannino galoppante e grande legame con il territorio. Estremamente longevo e austero, di classe impeccabile, chiama grandi affinamenti in botte. Italiano 100%.
  • Sangiovese: uva tipica della Toscana e delle regioni confinanti. Ci si produce il Brunello di Montalcino, ma anche gran parte del Chianti Classico. Ha struttura, acidità, tannino. Di assoluta longevità e stile sopraffino, necessita di un lungo riposo in cantina e poi in bottiglia.
  • Aglianico: il grande rosso del sud. Ottimo nei terroir vulcanici di Campania e Basilicata. Nervoso, scattante, ruvido da giovane, con l’affinamento in legno esprime profondità, carattere, mineralità, note speziate, balsamiche, terrose, eteree, con una struttura decisa ma mai debordante.
  • Barbera: classica uva piemontese del territorio. Dà vini acidi, freschi, di beva, ma anche pronti e morbidi. Uva della tradizione ma anche aristocratica, perfetta per abbinamenti di spessore. Si apprezza fresca, da solo acciaio, ma anche affinata in legno.
  • Corvina: è l’uva principale dell’Amarone e del Ripasso della Valpolicella. Di corpo, fresca, minerale, ha un bouquet completo e ampio, e al sorso regala armonia e morbidezza.
  • Lambrusco: o, meglio, lambruschi. Sono le uve tipiche dell’Emilia, con cui si realizzano i caratteristici vini frizzanti rossi o rosati del territorio. Semplici e immediati? Di struttura tenue? Certamente. Ma, a tavola, difficilmente si trova un compagno migliore.
  • Montepulciano: è il re degli Abruzzi. Tra le uve meridionali migliori. Rustico, ruspante, cupo, compatto come i suoi grappoli. Giovane per brio, tannino, ruvidezza, ma capace di affinare con note speziate e di frutta nera profonde e intriganti. Invecchia conservando tratti di innata gioventù.
  • Sagrantino: per gli amanti del tannino. È il grande rosso umbro. Può venir lungamente affinato in botte, ma conserva una tempra irriducibile. Strutturato, tannico, ampio, opulento. Un’esperienza che non si può non provare.
  • Primitivo: è l’autoctono italiano di maggior successo all’estero. Caldo, morbido, vellutato, opulento, esprime con naturalezza tutto il meglio del gusto internazionale. Mostra i muscoli e ogni tanto ci vuole.
  • Nero d’Avola: l’uva rossa più tipica della Sicilia. Di media struttura ma buona concentrazione di colore, ricorda la ciliegia, l’amarena e, al sorso, batte tutti in piacevolezza. Ottimo in assemblaggio con uve internazionali. Evolve splendidamente, con note di spezie dolci ed eucalipto, nelle versioni top.
  • Nerello Mascalese: il rosso dell’Etna. Minerale, dritto, di tannino indomabile e freschezza tagliente. Da lungo affinamento. Il rosso più elegante, stiloso e con meno compromessi del sud. Un rosso di montagna a tutti gli effetti e, in più, vulcanico.
  • Cannonau: la nostra grenache e, forse, la miglior grenache in circolazione. È il vitigno rosso sardo per eccellenza. Sa vestirsi di grande eleganza e armonia, a dispetto dei luoghi comuni che circondano questa famiglia di vitigni. Qualche tocco rustico? Perfetto per la cucina tipica isolana.

Le uve bianche italiane emblematiche

  • Fiano: se non è l’uva bianca più grande d’Italia, è certamente sul podio. Tipica soprattutto dell’Irpinia, in Campania, vicino Avellino, dove si coltiva fino ai 700 metri di altitudine. Possiede una mineralità naturale che spazia dall’idrocarburo alla pietra focaia. Strutturato, persistente, longevo, per molti versi estremo.
  • Garganega: è l’uva del Soave, Veneto. Neutra, esalta i profumi del vulcano che alimenta i suoli di queste parti. Ne esce un vino terso, teso, duro, sottile, sapido, a volte citrino. Longeva come poche altre uve bianche. Un vero tesoro nello scrigno dei bianchi italiani, anche dopo un affinamento in legno.
  • Glera: il vitigno del prosecco. Non ha bisogno di presentazioni: sa di erbe fresche, pera, mela, pesca, a volte agrumi. Nelle zone di collina, è teso e minerale. In una parola, lo spumante italiano più conosciuto al mondo. Da uve rigorosamente autoctone.
  • Carricante: cioè Etna bianco. Antiche viti che evitano la lava e regalano, ad altitudini impressionanti, uno dei bianchi più estremi del mondo. Calici di sapidità sferzante, acidità altissime e, ovviamente, una longevità da fare invidia ai più grandi del mondo. Etichette che possono rimanere decenni in cantina.
  • Vermentino: l’uva mediterranea per eccellenza, e infatti c’è in Liguria, Toscana costiera, Sardegna. A seconda delle zone, è più corposo o più minerale, più vellutato o più sapido. In ogni caso, un vero marchio di fabbrica dell’Italia tirrenica, immancabile nei pranzi estivi a base di pesce.
  • Ribolla gialla: la grande uva al confine tra Italia e Slovenia. Coriacea, poderosa, completa. Naso minerale e sorso potentemente sapido, a volte salmastro. Assolutamente da provare dopo macerazione delle bucce: forse la sua versione più tipica è orange.
  • Verdicchio: verticale, acidulo, sapido. Ma, nelle grandi riserve, ampio, complesso, sfaccettato. In ogni caso, longevo. È l’uva simbolo delle Marche, dell’Adriatico e dell’Appennino. Ma anche uno dei più grandi vini bianchi italiani in assoluto.
  • Moscato bianco: è l’uva del Moscato d’Asti, che è il vino dolce italiano più consumato al mondo. Per chi lo apprezza, è tutt’altro che stucchevole. Anzi, i cru migliori, in Piemonte e in Valle d’Aosta, danno vini quasi pungenti per freschezza e sapidità, con un tipico sentore amarognolo. E la bollicina fa il resto.
  • Trebbiano d’Abruzzo: da non confondere con quello toscano e con i trebbiani più comuni. Esigente, sfaccettato, dal gusto ammandorlato e dagli aromi intriganti. Un bianco a cavallo tra mare e montagna, di straordinaria longevità.
  • Trebbiano di Lugana: il grande bianco lombardo. Diceva Luigi Veronelli: “Bevi il tuo Lugana giovane, giovanissimo e godrai della sua freschezza. Bevilo di due o tre anni e ne godrai la completezza. Bevilo decenne, sarai stupefatto dalla composta autorevolezza”. Non aggiungiamo altro.
  • Cortese e arneis: i bianchi piemontesi più di tendenza. Delicato e tagliente il primo, che dà il Gavi, un po’ più largo e complesso il secondo, tipico del Roero. Nei cru storici diventano bianchi di livello altissimo per articolazione e finezza. Non solo da aperitivo.
  • Friulano: il bianco tipico del Collio, in Friuli. Possiede un’innata mineralità ed è splendido sui classici suoli della ponka friulana. Di buona struttura ed eccellente freschezza, ricorda le erbe aromatiche e sfida senza problemi il tempo.
  • Vernaccia di San Gimignano: chi l’ha detto che in Toscana ci sono solo rossi? Questa vernaccia bianca è lì a dimostrarlo. Floreale e fruttata nelle versioni più semplici, gessosa e con note ammandorlate nelle tipologie più espressive. Una Toscana veramente diversa dal solito.
  • Grechetto: è il bianco umbro che dà vita al grande Orvieto. Di acidità inesauribile, prende dai tufi di queste rocche gessosità e mineralità a non finire. Struttura esile ma destinata ad approfondirsi nel tempo. Un grande bianco da scoprire e riscoprire.
  • Catarratto e grillo: le altre uve bianche siciliane, prima che l’Etna si prendesse tutta la scena. Eppure, specie quando i vigneti sono sul mare o sulle migliori colline dell’interno, queste uve donano drittezza, sapidità, mineralità a non finire.
  • Malvasia di Candia aromatica: e tutte le altre malvasie. Una famiglia nobile del vino italiano. Diversi gradi di aromaticità ma un denominatore comune: eleganza e piacevolezza. Da provare secca o dolce, ferma o frizzante. Soprattutto a tavola, dove diventa una compagna da cui è difficile separarsi.
  • Greco: uva tipicissima del centro-sud anche se, come dice il nome, è di antica origine greca. Se ne trovano molte varianti, dal Greco di Tufo ai greco calabresi. Media struttura, buona acidità, elevato tasso minerale e ottima propensione all’affinamento. Forse un fratello minore di altri vitigni, ma pur sempre un cavallo di battaglia del bianco italiano.
  • Moscato d’Alessandria: o zibibbo. Ultima ma non ultima, l’uva del Passito di Pantelleria. Un po’ meno aromatico del moscato bianco, ma di altissima concentrazione zuccherina e non solo. Gli antichi alberelli panteschi sono Patrimonio dell’Umanità e il vino che ne deriva… anche!

Cantine e vini più significativi

I vini e le cantine emblematiche d’Italia si concentrano naturalmente nelle regioni più importanti, dove da decenni c’è una tradizione legata alla commercializzazione del prodotto e alla ricettività in azienda. Sono anche le regioni che garantiscono al vino italiano il contributo più alto in fatto di vino di qualità: Toscana, Piemonte e Veneto.

In Toscana il vino di qualità è solidamente in mano ad alcune aziende di origine aristocratica, anche se sono diffusi sul territorio piccoli vignaioli intraprendenti e pionieristici. Alcune grandi famiglie, come i Marchesi Antinori e i Marchesi de’ Frescobaldi, possiedono tenute in tutta la regione, forti di quasi mille anni di storia sul territorio. A loro si devono vini iconici, etichette riconoscibili a livello internazionale come Tignanello in Chianti Classico, Solaia, Guado al Tasso a Bolgheri per i Marchesi Antinori e, per i Frescobaldi, Castelgiocondo a Montalcino, Ornellaia e Masseto, che sono diventati di loro proprietà.

Tra le aziende toscane che hanno storicamente puntato sul territorio, non si possono non ricordare almeno Tenuta San Guido a Bolgheri, che è la patria del Sassicaia e il luogo da cui è partito il fenomeno dei Supertuscan, e Biondi-Santi a Montalcino, la famiglia che ha di fatto inventato il Brunello nella seconda metà dell’Ottocento. Attualmente l’interpretazione migliore del territorio toscano è in mano a numerose aziende attive con grande successo sia nella zona classica, sia in quella nuova, maremmana. Fra le prime, per il Chianti Classico, spiccano senz’altro Brancaia, Fèlsina, Castellare, Castello di Ama, alcune con una lunghissima tradizione aristocratica alle spalle, mentre per Montalcino non si possono omettere Castello Banfi, Fattoria dei Barbi, Il Poggione, Col d’Orcia, Poggio di Sotto. Nella Toscana nuova operano aziende d’eccellenza come Grattamacco, Le Macchiole, dove si realizza il mitico Paleo, Donna Olimpia 1898, Tenuta Argentiera, sempre più attente alla sostenibilità delle pratiche agricole e di cantina.

Se in Toscana aziende e vini hanno assunto quasi più importanza del territorio, in Piemonte, regione di più umile tradizione agricola, le denominazioni e i comprensori hanno ancora un rilievo dirimente. Ci sono, certo, alcuni grandi padri nobili del vino, ma non sono necessariamente aristocratici: c’è Angelo Gaja per il Barbaresco e, per il Barolo, Giacomo Conterno con il suo epico Monfortino. A Barbaresco è fondamentale il ruolo della cantina cooperativa dei Produttori del Barbaresco, celebre per le sue eccelse riserve, attesissime ogni anno, e anche la storia di un grande uomo di vigna come Bruno Giacosa. I grandi nomi del Barolo sono ormai nel gotha del vino internazionale: Vajra, Massolino, Ceretto, Clerico, Pio Cesare, Oddero, Cavallotto, Elvio Cogno e molti altri, tutti con una grande storia alle spalle e davanti a sé, all’insegna del nebbiolo.

In Veneto, e in particolare in Valpolicella, ci sono sia grandi gruppi ancora in mano alle famiglie storiche del territorio, come Allegrini, Masi, Zenato, Tommasi, sia aziende a guida diretta dei vignaioli che hanno fatto grande il comprensorio, come Quintarelli e Dal Forno, i cui Amarone sono tra i vini italiani più esclusivi e ricercati. Nella zona del prosecco, prevalgono i grandi nomi, che garantiscono costanza qualitativa del prodotto pur a fronte di una grande produzione quantitativa: Astoria, Bortolomiol, Bisol, al cui gruppo appartiene lo spumante Belstar, Follador, Foss Marai, Ruggeri sono solo alcuni dei gruppi più importanti.

Il Trentino, dove opera con Elisabetta Foradori una delle aziende biodinamiche migliori d’Italia, è il regno di Ferrari, la principale casa spumantistica italiana a metodo classico. In Alto Adige è invece ancora molto forte, ed è un bene considerata la qualità media, il ruolo di cantine cooperative come San Michele Appiano, Tramin e Terlano. Il vigneto friulano di qualità è ottimamente gestito da alcune splendide famiglie del vino regionale, che hanno all’attivo decine di vendemmie: parliamo di Vie di Romans della famiglia Gallo, di Livio Felluga, ma anche di nicchie di qualità estrema come Radikon e Gravner, celebri per aver di fatto inaugurato il vino orange in Europa occidentale.

In Liguria la cantina più grande e importante è Lunae, celebre per i suoi vermentino, mentre in Emilia-Romagna spiccano i grandi gruppi del lambrusco: Cleto Chiarli, Cavicchioli, Medici Ermete sono tra i più significativi, ma non si deve dimenticare Ceci, con il suo splendido Otello Nerodilambrusco. In grande evidenza anche le Marche, in cui il successo del verdicchio è ormai pieno e internazionale, grazie ad aziende di dimensione, stile, impatto ambientale anche molto diversi, da Bucci a Collepere, da San Lorenzo a Tavignano, fino a Collestefano e Umani Ronchi.

Tra Umbria e Lazio, oltre al suggestivo Castello della Sala dei Marchesi Antinori vicino a Orvieto, spiccano le tenute di Falesco e della famiglia Cotarella, da cui esce un capolavoro del vino italiano come il Montiano. In Abruzzo, invece, alcuni viticoltori storici, come Emidio Pepe e Valentini, hanno probabilmente in mano le migliori espressioni del montepulciano e del trebbiano, e infatti le loro bottiglie sono spesso ambite dai collezionisti. Tra i bestseller, comunque, sono sempre in evidenza aziende più grandi come Masciarelli, Marramiero, Nicodemi e soprattutto Zaccagnini con il suo Tralcetto.

Anche al Sud sono presenti grandi gruppi del vino, capaci di tenere insieme qualità e quantità. In Campania c’è sicuramente Feudi di San Gregorio, che lavora in modo eccelso e paradigmatico tutte le grandi denominazioni della regione. Tra i piccoli, non si possono non citare Marisa Cuomo per la Costiera Amalfitana, con il suo incredibile Fiorduva, Casa d’Ambra per Ischia, il cui vino-simbolo è il grande Frassitelli, e almeno Fontanavecchia per il Taburno. Per l’Irpinia, le aziende che esprimono maggiore qualità e sperimentazione sono Ciro Picariello, Guido Marsella e Pietracupa per il Fiano di Avellino, Mastroberardino e Quintodecimo per il Taurasi. Sul Vulture, in Basilicata, spiccano gli aglianico di Basilisco e di Elena Fucci.

Anche la Puglia è una regione di grandi gruppi, pur con numerosi piccoli vignaioli che stanno vincendo la sfida delle piccole quantità o della conduzione familiare, come Donato Angiuli e i maghi del primitivo: Gianfranco Fino, Polvanera e Chiaromonte su tutti. Tra i grandi, lavorano in modo eccelso cantine cooperative come Due Palme, San Marzano, Torrevento. Ma ci sono anche delle novità: nella parte settentrionale della regione, ad esempio, c’è la bella realtà di Calcarius, che propone vini naturali e gastronomici in una zona un tempo considerata poco vocata.

Mentre la Calabria ha finalmente raggiunto alti livelli qualitativi grazie ad aziende solide e ben diffuse come Librandi, la Sicilia è ormai da decenni una realtà vitivinicola consolidata. Le grandi famiglie del vino siciliano sono ben note: Planeta, Tasca d’Almerita, Donnafugata, ma anche Duca di Salaparuta, Colosi, Caruso&Minini, Rapitalà. Ma poi ci sono i vignaioli, sempre più sensibili al territorio e all’autenticità del prodotto: De Bartoli, Arianna Occhipinti, Cos, Gulfi, Feudo Montoni… Sull’Etna alcuni grandi nomi, che tuttavia detengono poco vigneto a causa della conformazione estrema del territorio, sono Graci, Benanti, Terre Nere, Pietradolce, Girolamo Russo. Anche in Sardegna il vigneto è governato da alcune grandi e storiche famiglie che si esprimono ad altissimi livelli qualitativi, come Sella&Mosca, Santadi, Argiolas. Ma, anche sull’isola dei nuraghi, non mancano i viticoltori di qualità: Giba, Mesa, Dettori, Contini, Siddura, Sedilesu, per citare solo alcuni di quelli sempre più amati dal pubblico italiano e internazionale.